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     Il 17 aprile 1921 due camion trasportano ventidue fascisti ben armati verso alcuni paesi della Valdichiana (Foiano, Pozzo, Marciano) con l’intento dichiarato di svolgere azione di propaganda; lo scopo reale si rivelerà ben altro: a Foiano i camion si fermano nella piazza centrale e i fascisti, alcuni dei quali studenti di scuole superiori aretine, iniziano a cercare socialisti e comunisti, entrano nelle loro case e minacciano di morte loro e le loro famiglie – oltre a devastare sedi sindacali e politiche. Il “giro di propaganda” continua a Marciano e Pozzo, con alcuni scontri e sparatorie.

       Nel pomeriggio uno dei due camion riparte per Arezzo ma all’altezza della frazione di Renzino scatta l’imboscata: dietro le fitte siepi di bosso poste ai lati della strada un gruppo di contadini, armati alla bell’e meglio con fucili, pistole, scuri e forconi, spara sul camion uccidendo tre fascisti e ferendone gravemente alcuni altri. I superstiti danno l’allarme e sul posto accorrono, ben equipaggiati con moschetti e mitragliatrici, fascisti da Siena, Perugia, Città di Castello e Firenze, dando il via ad una feroce rappresaglia: fienili e case coloniche vengono incendiati e nove persone, fra cui una donna e un diciassettenne, uccise sotto gli occhi della forza pubblica che preferisce non intervenire.

         I giornali cercano di mettere l’accento sullo “scempio dei cadaveri fascisti”, descrivendo i renzinesi come una “turba di animali da rapina”, sostenendo inoltre la tesi della premeditazione, ma dal processo contro trentacinque imputati svoltosi nel 1921 – con le accuse di correità dei tre omicidi volontari premeditati e tredici mancati omicidi, più reati connessi al porto abusivo e detenzione di armi da fuoco – viene alla luce una ben diversa realtà: quella di un paese colpito da continue provocazioni fasciste, e di un gruppo di mezzadri che (aiutati dal segretario della locale sezione comunista, Galliano Gervasi, e dall’anarchico Bernardino Melacci) si armano in fretta con roncole e schioppi a pallini dando vita ad un agguato spontaneo e improvvisato. Passa però la tesi della premeditazione, sostenuta dall’accusa, e il processo termina nello stesso 1921 comminando pene di reclusione per oltre trecento anni.

           Sulle rappresaglie fasciste e sulle nove vittime da esse provocate cade subito il silenzio; i tre fascisti uccisi a Renzino entrano invece a far parte della mitologia del partito che li dipinge come martiri della loro fede politica.

 

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